INTERROGAZIONE DI ELEONORA FORENZA

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Eleonora Forenza, eurodeputata dell’Altra Europa con Tsipras/gruppo Gue/Ngl, ha presentato mercoledì scorso una interrogazione prioritaria alla Commissione Europea a proposito delle procedure di valutazione ambientale sui progetti cofinanziati dall’Unione. Nello specifico – si legge nelle premesse del testo presentato dalla parlamentare europea – «la Relazione 2014 dell’Unione sulla lotta alla Corruzione  stigmatizza il ritardo dell’Italia nella lotta alla corruzione e alle organizzazioni criminali; l’Unione co-finanzia opere in Italia per un valore di miliardi; nell’iter decisionale delle opere le procedure ambientali (VIA-VAS) sono fondamentali».
Per tali opere e procedure l’Italia ha una commissione ad hoc, con nomina del ministro dell’Ambiente. Ma, prosegue Forenza, «un suo membro dal 2005, Vincenzo Ruggiero, veniva definito nel 2008 dalla Prefettura di Reggio Calabria, nella procedura di scioglimento del Consiglio Comunale di Gioia Tauro per mafia “fortemente sospettato di essere asservito alla cosca Piromalli – Molè – Stillitano…”; due membri sono stati sostituiti nel 2014 dopo l’arresto per appalti sulle bonifiche (Luigi Pelaggi, già capo di gabinetto del Ministro) e per gli appalti dell’Alta Velocità (Gualtiero Bellomo); un membro, Vincenzo Sacco, amico del politico Marcello Dell’Utri condannato per concorso esterna in associazione mafiosa, è stato indagato per corruzione per il Progetto Geogastock approvato dalla Commissione stessa…».
Per questi motivi la deputata dell’Altra Europa ha chiesto alla Commissione Europea «quali misure intende prendere per assicurare che le decisioni ambientali sui progetti co-finanziati dall’Unione all’Italia non siano oggetto di influenza della criminalità e se ritiene la norma di selezione della Commissione adeguata ad assicurare alti standard per la prevenzione della corruzione». La Commissione Europea può facilmente verificare a quali personaggi il governo italiano affida valutazione ambientale su grandi opere.
    

Corruzione e sfruttamento del lavoro: gli appalti nelle grandi

Quattro arresti e 47 indagati: ecco l’attuale bilancio della indagine dei carabinieri sulla gestione illecita degli appalti delle cosiddette grandi opere, fra cui Tav ed Expò.

Piove sul bagnato. L’unica novità è che per ora non risulta coinvolto alcun esponente politico. Si tratta infatti di alti dirigenti dei ministeri e della cosa pubblica. Il che è ancora più grave perché mette in luce quanto la corruzione sia ormai penetrata nelle alte sfere della Pubblica Amministrazione del nostro paese.

Più grandi, inutili e dannose sono le opere, maggiori sono i margini e gli spazi per la corruzione e il malaffare. Anche regole costruite per facilitare le grandi opere hanno aperto varchi alla corruzione: gare al massimo ribasso, general contractor, commistione tra controllori e controllati, a cui si aggiungono inevitabilmente condizioni di lavoro insopportabili, di tipo servile, di pesante sfruttamento, accompagnate anche dal finto volontariato, come nel caso di Expò.

Occorrono maggiori controlli, ma occorre anche fare regole che restituiscano allo Stato il potere reale di controllo. Sosteniamo quindi l’iniziativa della Cgil di una proposta di legge di iniziativa popolare per la trasparenza e la legalità negli appalti.

L’altra Europa con Tsipras denuncia con forza questi nuovi fatti. Il cammino per la legalità è lungo e difficile. Chi ci è impegnato da anni, Magistratura e Organizzazioni di cittadini, lo sa alla perfezione. Fa amaramente sorridere chi accusa per il suo alto debito la Grecia di essere un paese corrotto, quando scandali e mazzette imperano a casa nostra a più di venti anni da Tangentopoli.

L’altra Europa con Tsipras

MIGRANTI: COMUNICATO STAMPA

La Ministra della Difesa Roberta Pinotti, dopo il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, candida l’Italia alla guida di un intervento militare in Libia nell’ambito di una coalizione con altri paesi per fermare l’avanzata dell’Isis in quel martoriato paese.

La ministra ha dichiarato di voler riprodurre un intervento stile Libano, dove l’Italia è impegnata in una operazione di peace-keeping dell’ONU mirata a garantire il rispetto del cessate il fuoco fra due paesi sovrani.

La ministra dimentica due cose: che le operazioni di peace-keeping nulla hanno a che fare con un intervento militare vero e proprio finalizzato a fermare una avanzata militare di occupazione.
E che l’ONU proibisce a paesi ex-colonizzatori di intervenire in missioni militari nelle ex-colonie.

La dissoluzione dello stato libico, che ha aperto le porte all’avanzata dell’ISIS, è responsabilità anche e soprattutto del dissennato intervento militare che l’Italia ha sostenuto nel 2011, e in tempi più recenti dalla mancanza di iniziativa politica tesa a favorire la stabilizzazione democratica del paese.

Aggiungere danno a danno è irresponsabile, e mette in pericolo il nostro paese e la nostra gente.
Fermare l’avanzata dell’Isis è cosa seria -troppo seria per il dilettantismo in campo internazionale del governo Renzi – e il primo ministro farebbe bene a far tacere i suoi ministri.

Il governo pensi invece a salvare immediatamente le centinaia di migranti in pericolo al largo delle coste libiche. Sono vittime di un’altra guerra oltre a quelle da cui sono stati costretti a scappare.

Si aprano subito i corridoi umanitari.

Salvini, che li vuole lasciare in mare, è molto semplicemente un criminale.

Altra Europa con Tsipras

GUIDO VIALE – IL DEBITO GRECO

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Ma la Grecia pagherà il suo debito? Ed è vero che se non paga, a rimetterci saremo anche noi contribuenti italiani che abbiamo concorso al “salvataggio” della Grecia con 40 miliardi? No. È vero solo che lo Stato italiano, attraverso BCE e Fondo salva-stati, ha prestato alla Grecia 40 miliardi, aumentando di altrettanto il suo indebitamento. Ma quei soldi non ritorneranno mai indietro, sia che la Grecia si impegni a onorare il suo debito, sia che dichiari di non volerlo fare. Ovvero, sono iscritti nel bilancio dei due paesi come debiti e crediti che non verranno mai pagati né riscossi, ma che peseranno molto sulle loro politiche economiche.

In realtà, nessuno Stato ha mai restituito i propri debiti. Per lo più, sono stati “riassorbiti”: o con l’inflazione o con la crescita del PIL. Entrambe le cose riducono nel tempo il rapporto debito/PIL: perché il numeratore è espresso in valori costanti mentre il denominatore aumenta con l’inflazione, con la crescita, o con entrambe. Oppure sono stati ridotti, quei debiti, con condoni o default (insolvenze), più frequenti di quanto si dica. Ciononostante i governi dell’Unione europea si sono impegnati, con il Fiscal compact, in un’impresa impossibile: restituire i loro debiti fino a riportarli, in vent’anni, al 60 per cento dei rispettivi PIL.

Comunque sia la Grecia non ha e non avrà mai il denaro per ripagare quel prestito, nemmeno se riuscisse a crescere a ritmi cinesi. Cosa improbabile, dato che da quando la Trojka si è presa cura della sua economia il PIL della Grecia è evaporato, il suo debito è esploso, occupazione e produzione sono crollati. In realtà quei denari prestati dall’Italia, come da tutti gli altri Stati, attraverso il Fondo salva-stati, dalla BCE e dal FMI, il popolo greco non li ha mai visti. E non li ha visti nemmeno il Governo greco. Perché sono stati usati per “ridurre l’esposizione” delle banche, soprattutto tedesche e francesi, che avevano fatto dei prestiti alle banche greche sapendo benissimo che quel denaro sarebbe stato impegnato in progetti insostenibili: cioè non in grado di restituirlo. Ma erano too big too fail, troppo grandi per fallire; e confidavano evidentemente che qualcuno glielo avrebbe restituito comunque. Così i miliardi prestati alla Grecia per “salvarla” sono finiti nelle banche tedesche: uno degli Stati “cicala” ha salvato le banche dello Stato “formica” per eccellenza. Che adesso li ringrazia accusandoli di sperperare il denaro dei suoi contribuenti!

E’ la stessa operazione fatta con tutti gli altri Stati finiti sotto il controllo del FMI, come Portogallo e Irlanda, o sotto la “vigilanza” della BCE, come Spagna e Italia. Siamo accusati di aver vissuto “al di sopra delle nostre possibilità”, mentre sono anni che salari, pensioni e spesa pubblica vengono tagliate per pagare, a banche e speculatori, interessi sempre più esosi (per l’Italia quasi 100 miliardi all’anno! Dal 1981 ad oggi, circa 3.500 miliardi: quasi una volta e mezza il debito pubblico del paese). Perché nel 1981 c’è stato il “divorzio” tra Banca d’Italia e Governo (diventato poi separazione perpetua tra BCE e governi dell’eurozona). Che cos’è? Prima del 1981, quando il Governo italiano voleva finanziare una parte della propria spesa in deficit (cioè di spendere più di quello che incassava con le tasse) emetteva dei titoli di Stato (BOT e CCT), la Banca d’Italia li comprava e poi, se lo riteneva opportuno, li rivendeva a banche e risparmiatori; altrimenti li teneva e li pagava aprendo un conto corrente di pari importo a favore del Tesoro (quello che comunemente si chiama “stampare moneta”; o “moneta esogena”). Quel denaro, una volta entrato in circolazione attraverso le spese dello Stato, concorreva a sostenere la domanda globale, cioè gli sbocchi di mercato per le imprese e, attraverso di esse, l’occupazione; oppure, se le imprese italiane non erano in grado di soddisfarla con una maggiore produzione, la domanda aggiuntiva produceva un aumento dei prezzi (inflazione) o in un aumento delle importazioni (e, quindi, in un passivo nella bilancia commerciale, da riportare prima o dopo in equilibrio con una svalutazione). Quel sistema è stato soppresso con la motivazione che favoriva una spesa pubblica fuori controllo e che l’inflazione innescava una spirale prezzi-salari che avrebbe distrutto l’equilibrio economico delle imprese. Da allora il deficit dello Stato viene finanziato solo “sul mercato”, vendendo titoli di debito pubblico a risparmiatori, banche, assicurazioni e speculatori. Le conseguenze sono due: 1. gli interessi vengono fissati dal “mercato”, cioè dalla speculazione; sono molto più elevati e si accumulano nel tempo a un tasso composto. In dieci anni il debito pubblico dell’Italia è infatti passato dal 60 al 120 per cento del PIL. 2.  quando il debito pubblico diventa troppo elevato l’intera politica degli Stati finisce in mano all’alta finanza e agli speculatori. Che, per garantire il pagamento regolare degli interessi  e il rimborso dei titoli di Stato alla loro scadenza (cosa che avviene rinnovandoli: cioè ricomprandoli con il ricavato di nuove emissioni), impongono agli Stati dei tagli sempre più feroci alla spesa pubblica: cioè a pensioni, sanità, istruzione, pubblico impiego e investimenti. Ma la BCE non ha certo smesso di creare nuovo denaro. Lo sta per fare anche ora con il quantitative easing (1140 miliardi!); ma non per darli ai governi in difficoltà, bensì a banche e speculatori.

Dunque la Grecia non ha colpe? E l’Italia nemmeno? No, non ne ha la maggioranza della popolazione, che non ha tratto alcun vantaggio da questi meccanismi; ma se ne sono avvantaggiati, e molto, coloro, sempre più ricchi, che avevano soldi da investire in queste operazioni. Ma le responsabilità ci sono, eccome! Le stesse in Grecia e in Italia. Si chiamano corruzione, evasione fiscale, elusione (l’evasione fiscale “legale”: specialità di Junker quando era Presidente del Lussemburgo), interessi sul debito e spese inutili e dannose, come Grandi Opere, Grandi Eventi, armamenti. Olimpiadi e armi sono i due grandi capitoli di spesa, finanziati da banche tedesche e francesi, che hanno affondato il bilancio della Grecia. E sono spese che continuano a venir fatte anche in Italia. Mettendo insieme tutti i costi della corruzione, o quelli dell’evasione, o gli interessi sul debito, in soli venti anni abbiamo, per ciascuna di queste voci, una somma maggiore del debito pubblico del paese. Tutti insieme fanno una perdita, pagata da chi viene accusato di vivere “al di sopra delle proprie possibilità”, di tre-quattro volte tanto.

Eppure, dopo aver messo sotto accusa la Grecia per sperperare da cicala ciò che la formica Germania risparmia, le autorità europee e il FMI hanno affidato il risanamento del paese, e volevano continuare ad affidarlo, alla stessa maggioranza responsabile di quelle malversazioni. La situazione in Italia non è diversa: al posto di Pasok e Nuova Democrazia abbiamo PD e Forza Italia; e al posto di Papandreu e Samaràs abbiamo Renzi e Berlusconi. È ora che anche da noi arrivi una Syriza italiana!

QUANTITATIVE EASING, BAZOOKA O PISTOLA AD ACQUA?

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Mario Draghi

Passata la prima ondata di euforia (compresa quella dei mercati) per l’annuncio di Mario Draghi sul Quantitative easing (QE), è tempo di ragionarci un po’ su con più attenzione, andando, come si suole dire, in profondità. Il rischio, altrimenti, potrebbe essere quello di prendere fischi per fiaschi, pensando, ad esempio, che da marzo in poi saremo inondati da un fiume in piena di denaro che ci farà tutti più ricchi e contenti. Intanto, di cosa parliamo? Alla lettera il QE (“alleggerimento quantitativo”) è un programma di acquisto di Titoli di Stato (e di altri strumenti finanziari) da parte di una banca centrale (in questo caso da parte della Bce), finalizzato ad immettere nuovo denaro nell’economia, ad incentivare i prestiti bancari verso le imprese e le famiglie, a far crescere l’inflazione.

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LA FALSA DIVISIONE FRA SOCIALE E POLITICO

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di Alfonso Gianni, pubblicato sul Manifesto del 24 gennaio 2015

Il tema di una nuova “coalizione sociale” è ormai entrato con forza nel dibattito della sinistra. Ne hanno parlato e scritto in diverse e diversi, qui e altrove. Se ne è parlato nell’assemblea di Bologna dell’Altra Europa con Tsipras; se ne discuterà nei diversi appuntamenti che questa nostra sbrindellata sinistra  malgrado tutto si è data, riconfortata dalla significativa affermazione di misura nelle elezioni europee. Più ancora che le parole hanno pesato il successo di diverse manifestazioni, quali quella della Cgil del 25 ottobre, lo sciopero generale e lo sciopero sociale successivi. Il tema della nuova coalizione sociale si incrocia con quello della mancanza di una rappresentanza politica, prima ancora che istituzionale, della sinistra e quindi con la necessità della costruzione di un soggetto politico nuovo, che sia  tendenzialmente unico, per quanto plurale, non certo una ennesima aggiunta alla pluralità dei micropartiti esistenti. E’ bene approfondire quindi la riflessione su entrambi i fronti, quella della coalizione sociale e quello del soggetto politico.

La prima non può essere pensata e ricercata solo su scala nazionale. Se un nuovo impulso c’è è perché il tema ha assunto nei fatti una dimensione europea. La crisi ha strappato il tessuto sociale, ma se correttamente affrontata è una potenziale occasione di unificazione. Certo il ritorno allo status quo ante non è possibile. Per questo parliamo di nuova coalizione sociale. La mobilitazione del 18 marzo a Francoforte in occasione della inaugurazione della nuova Eurotower, simbolo della impermeabilità del potere alle istanze sociali e  democratiche, sarà una prova significativa di questa potenzialità.

Pensare però di costruire una coalizione sociale che sia divisiva in partenza ci porterebbe al fallimento. Nel nostro paese essa non può essere ridotta soltanto ai movimenti dei No o ai centri sociali, ma, oltre a  questi,  deve comprendere quel grande popolo di sinistra senza rappresentanza politica che abbiamo concretamente visto sfilare il 25 ottobre a Roma, che rivendicava non solo lavoro e reddito ma anche diritti  e democrazia, stabilendo così un filo diretto con il grande appuntamento de La via maestra di diversi mesi prima.

Proprio per questo non ha senso contrapporre, nelle idee e nei tempi, l’obiettivo di una nuova coalizione sociale a quello di un soggetto politico nuovo. La complessità delle soluzioni in un mondo interconnesso  richiesta dalla drammaticità della condizione sociale non è risolvibile senza una chiara e articolata scelta politica, così come quest’ultima resta come i caciocavalli appesi se non si fonda su un multiforme e multi tematico movimento sociale diffuso. La classica divisione fra sociale e politico è da tempo saltata. Simul stabunt simul cadent. Non c’è successo della sinistra che non sia partito, si pensi alle esperienze pur tra loro diverse di Syriza e di Podemos, da un profondo legame con il sociale e i conflitti che si agitano al suo interno.

Il guaio è che non abbiamo modelli precostituiti cui ispirarci. La discussione se conviene imitare Podemos o Syriza è ridicola. I modelli vincenti vengono stabiliti ex post non ex ante. Capisco poco perciò la contrapposizione tra chi vuole partire dai movimenti e chi dai micro partiti. Chi ha tentato l’una o l’altra strada ponendole in alternativa ha fallito in entrambi i casi.

“Creare una nuova soggettività politica assemblando quel che c’è – come dice Rodotà – è una via perdente”. Infatti dobbiamo creare nella società un nuovo “senso”,  non raccogliere consensi preesistenti. L’altra Europa con Tsipras ha ottenuto un risultato perché ha avuto la capacità di rivolgersi ai movimenti, al sociale e all’ astensionismo anonimi, alla sinistra diffusa, senza però rigettare il contributo dei militanti dei micro partiti. Ora bisogna fare di più e presto. Da Sel al Prc  si dichiarano da tempo non autosufficienti. Benissimo:  mettano le loro residue forze a completa disposizione di un processo unitario che ben le sopravanza senza ulteriori indugi. Abbiamo di fronte un potere costituito che si cementa sotto la direzione di Renzi e delle elites europee. Ad esso dobbiamo contrapporre un alternativo potere costituente sia sul terreno sociale che politico.

LO TSUNAMI SYRIZA STA PER ABBATTERSI SULLA TROJKA

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Il 25 gennaio la Grecia torna alle urne per il rinnovo del Parlamento.
Un voto che potrebbe cambiare non solo la Grecia ma la stessa Europa.
Cosa farà Syriza se andrà al governo?
È cambiato l’atteggiamento di Bruxelles verso Alexis Tsipras? Ne parliamo con Panos Lambrou, componente della segreteria politica di Syriza, tra i dirigenti più importanti ed influenti del partito.
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BARBARA SPINELLI SMENTISCE LA NOTIZIA SUL VOTO IN TEMA UCRAINA

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Circola in rete la notizia secondo cui diversi deputati del GUE/NGL avrebbero votato, il 15 gennaio a Strasburgo, a favore della risoluzione di mozione comune sull’Ucraina (tra questi, Barbara Spinelli e alcuni deputati della Linke) o si sarebbero astenuti (Curzio Maltese e Syriza). La notizia è destituita d’ogni fondamento: il GUE/NGL ha votato compatto contro la risoluzione maggioritaria (RC-B8-0008/2015) radicalmente antirussa.
Purtroppo l’approvazione di quella risoluzione non ha permesso al GUE di votare la propria mozione (B8-0027/2015) che difendeva una linea diametralmente opposta e che resta agli atti.
La tesi di chi accusa Spinelli e la Linke di appoggio alla mozione maggioritaria rimanda a una pagina del sito indipendente http://www.votewatch.eu. Quella pagina riporta dati corretti, registrando la divisione all’interno del GUE su dei singoli emendamenti alla risoluzione approvata, ma non sulla risoluzione stessa.
Tutti gli emendamenti presentati dal GUE/NGL sono stati bocciati dal Parlamento europeo. Le differenze all’interno di ciascun gruppo parlamentare sugli emendamenti non sono infrequenti, soprattutto quando si discutono argomenti particolarmente drammatici. Ben altra rilevanza avrebbe la divisione sul voto finale, che  tuttavia non c’è stata. Ed è bene che non ci sia stata, alla luce dell’offensiva militare che il governo di Kiev ha lanciato in questi giorni nell’Est dell’Ucraina.

IL GOVERNO SEPPELLISCE L’ART.18 l’art.18 E FA DELLA PRECARIETA’ LA REGOLA DOMINANTE

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Ci riserviamo un giudizio più accurato quando i testi dei decreti delegati varati dal CdM di oggi saranno resi noti. Ma le notizie trapelate non sono affatto incoraggianti: le agenzie parlano di uno scontro fra Renzi e gli Alfaniani sul tema del reintegro. Ma, a quanto si sa, questo è limitato ai minimi termini, ossia i licenziamenti chiaramente discriminatori. Circostanza alquanto improbaile visto che il datore di lavoro può sempre scegliere la strada del licenziamento per motivi economici.
Molto meno di quanto avevano chiesto le minoranze del Pd nel corso della discussione sulla legge delega. La polemica messa in atto da Ncd appare quindi più che altro una manfrina per battere un colpo in vista della imminente partita della elezione  del Presidente della Repubblica, prevista per fine mese, visto che Napolitano ha confermato le dimissioni per il 14 gennaio e la Presidente della Camera ha tempo 15 giorni per convocare le camere in seduta congiunta.
Quanto al contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti va rilevato che l’enfasi posta sul medesimo dal governo è del tutto propagandistica. Infatti la possibilità di reiterare senza limiti e senza causalità il contratto a termine svuota il primo istituto. La convenienza sarebbe solo di tipo economico, a quanto pare. Si vedrà con i testi in mano quale sarà il vantaggio per il datore di lavoro. Ma è già chiaro fin d’ora che la decontribuzione è un arma a doppio taglio. Infatti se è modesta, sarà ininfluente. Se sarà consistente, determinerà uno scalino al momento della fine del periodo di tutele minorate e a quel punto al datore di lavoro non converrà più mantenere lo stesso lavoratore, ma , potendo licenziare, molto di più cominciare un nuovo rapporto da capo. In sostanza in questo modo più che un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti questo appare come un contratto a termine incentivato.
Tutte le ragioni dello sciopero e della mobilitazione del mondo del lavoro e del non lavoro risultano quindi rafforzate dalle decisioni odierne del CdM.

L’Altra Europa con Tsipras 24 dicembre 2014